Le nove vite di Alberto Mario Cirese

 

Il rinnovamento teorico, il rinnovamento metodologico, l'antropologia delle invarianze



"Alberto Mario Cirese con i suoi interlocutori preferiti: il calcolatore e la sigaretta". Fotografia pubblicata a p. 485 di A. M. Cirese, Des paysans de Rieti à l'ordinateur. Où en est la démologie? Intervista a cura di Françoise Loux e Cristina Papa, in "Ethnologie française", 25. (1994), n. 3: 484-496 (Archivio Cirese, Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale - Roma).

Fin dalla prima metà degli anni Cinquanta, quando Cirese tornò ad avvicinarsi allo studio e cominciò a distaccarsi dalla politica attiva, il panorama teorico italiano degli studi antropologici (che allora non si chiamavano così) gli pareva insoddisfacente. Certo, il de Martino del Mondo magico era un interlocutore interessante per il superamento del crocianesimo. Ma già la ‘linea De Sanctis-Croce-Gramsci’ che de Martino proponeva per fondarli teoricamente, in autonomia rispetto agli indirizzi stranieri, non lo convinceva. Perché chiudersi rispetto all’antropologia culturale statunitense, se coglieva aspetti propri delle società complesse? Perché fare a meno di quello che andava proponendo in quegli anni la tradizione francese, che lui aveva conosciuto direttamente nei mesi del soggiorno parigino nel 1953? Infatti, la stessa piccola rivista dei Cirese, La Lapa, ospitò a più riprese scritti di studiosi non italiani, e anche la prima traduzione in italiano di un testo di Claude Lévi-Strauss.
Dopo il distacco da de Martino, attrezzandosi a diventare uno studioso professionista e a intraprendere la carriera accademica, Cirese si concentrò sull’ambito della Storia delle tradizioni popolari, materia nella quale si era laureato a Roma nel 1944 con Paolo Toschi. E fu questa materia che insegnò a Cagliari per quindici anni, dal 1957 al 1972, in un periodo decisivo per la sua maturazione scientifica, un periodo in cui avviò e sviluppò molti dei percorsi e dei metodi di ricerca che lo hanno poi sempre caratterizzato: dall’analisi formale e strutturale di proverbi, metriche di tradizione orale e relazioni di parentela, all’uso di strumenti logici e informatici per quelle analisi. Tradizioni popolari sì, ma ‘alla Cirese’, da un lato approfondendo molto lo studio della realtà locale sarda, dall’altro molto ampliando gli orizzonti, in dialogo con studiosi e metodi del tutto inusuali per la disciplina. Il periodo che coincide con gli anni di insegnamento a Cagliari è quello in cui Cirese porta a compimento una elaborazione avviata già prima e che trova la sua espressione nel volume del 1973 Cultura egemonica e culture subalterne: la fondazione della ‘demologia’ come scienza del folklore rinnovata, teoricamente solida, in dialogo con le scienze umane contemporanee. Alla base stanno una nozione di ‘popolo’ come insieme delle classi subalterne e strumentali e una lettura dei fatti culturali in termini di ‘dislivelli di cultura’, i fatti culturali essendo associati a ceti sociali (egemoni e subalterni) e tra loro ponendosi in relazioni di circolazione culturale (dall’alto al basso e dal centro alla periferia, per lo più e con molte mediazioni, ma anche viceversa, e anche con elementi di imposizione o di resistenza intenzionali, da studiare ‘alla scala’, caso per caso). Per stare al passo con la modernizzazione della società e con il protagonismo dei subalterni, la demologia deve attrezzarsi teoricamente e confrontarsi con il marxismo, con le antropologie anglo-francofone e con la linguistica: Pitrè + Gramsci + Saussure. ‘Pitrè’ sta per la tradizione degli studi demologici, che non si vuole buttare via, ma rileggere e reinterpretare; ‘Gramsci’ sta per il marxismo, che per Cirese era allora il quadro ideologico di riferimento, ma nei confronti dei cui contenuti si doveva applicare il principio ‘a testo laico, laica lettura’; ‘Saussure’ sta per un approccio sincronistico ma anche teorizzante e confrontante che ha caratterizzato una parte delle scienze umane e sociali e che ha avuto nella linguistica la disciplina guida e le espressioni più rigorose e formalizzate: così vanno insieme lo struttural-funzionalismo, Lévi-Strauss, Bogatyrëv e Jakobson, il Propp della Morfologia, Hjelmslev, e anche Aarne e Thompson (le classificazioni, le indicizzazioni, sono base per la comparazione, che a sua volta è una delle strade per la ricerca delle invarianze, così come lo sono le formalizzazioni struttural-linguistiche, che pure arrivano a evidenziare costanti e ricorrenze).
Considerando i quattro decenni successivi di biografia intellettuale di Cirese, si può forse dire che dopo Cultura egemonica e culture subalterne lui abbia inteso voltare pagina, che considerasse assolto il compito di fondazione di una disciplina rinnovata e potesse passare ad altro. La demologia era fatta, si trattava di fare i demologi e le nuove ricerche demologiche, ma erano compiti destinati ad altri. D’ora in poi, e anche in coincidenza con il definitivo passaggio all’insegnamento di Antropologia culturale (prima a Siena, poi a Roma), Cirese si dedicherà prevalentemente ad applicare il precetto dettato dal ‘proverbio del XXI secolo’ da lui stesso coniato “A domande concrete, astratte risposte”, che è anche il titolo di un suo scritto del 1981 (e sulla stessa linea si pongono i coevi Note provvisorie su segnicità fabrilità procreazione e primato delle infrastrutture, del 1979, e Schemi, terminologie e scheletri (nell'armadio) del 1980).
Nel suo lavoro si esaurisce l’operatività della riflessione meta-gramsciana, cresce la predilezione per l’uso di strumenti logico-formali e informatici, si afferma con chiarezza l’interesse per le indagini sui fondamenti dell’esperienza umana: l’antropologia delle invarianze, l’elementarmente umano; quest'ultima è una espressione che già usò de Martino nei primi anni Cinquanta, prendendo spunto da posizioni di Croce, e Cirese la riprende a partire dagli anni Novanta, per esempio in un ampio intervento a un seminario del 1991, pubblicato per la prima volta nel 1998 e poi nel 2010: “Per un’antropologia post-anti-etnocentrica. Un voluto e polemico gioco di parole”.
Non si sta suggerendo che ci sia stato un primo e un secondo Cirese, un Cirese demologo e storico degli studi, e poi uno logico, informatico e antropologo delle invarianze, perché sono stati forti gli elementi di continuità che segnano gli approcci ai vari interessi che ha perseguito nel suo lavoro. Certo, gli sviluppi tecnologici hanno fatto sì che, col tempo, ci si potesse dotare di computer personali e lui si è fatto addirittura programmatore: programmando in BASIC e poi in Visual Basic, prima per computer Commodore PET 4032 e Commodore 64 e poi per PC IBM basati su sistema operativo DOS (e Windows), Cirese ha costruito diversi programmi completi e funzionanti, in varie versioni via via migliorate. Nel 1982 avvia ACAREP. Analisi componenziale automatica delle relazioni di parentela (sviluppato fino al 1988); nel 1985 MAYA. Programma di calcolo del calendario Maya (sviluppato fino al 2004); nel 1986 SUCHI. Memoria e calcolo delle genealogie (sviluppato fino al 1992); nel 1988 GELM. Calcolo automatico delle relazioni di parentela (sviluppato fino al 2002).
Ma il primo lavoro informatico sulla Raccolta Barbi, in collaborazione con il CNUCE di Pisa, è di poco successivo alla metà degli anni Sessanta (quando i calcolatori erano enormi, occupavano stanze intere, e i dati si immettevano con schede perforate), e subito dopo si avvia a Cagliari il progetto di un soggettario demologico informatizzato. Così, tutto il lavoro filologico-documentario sulle tradizioni sarde si è accompagnato presto a una riflessione su singoli tratti culturali (i pani, la metrica, il gioco di Ozieri) in termini di studio delle ‘logiche (o ideologie) soggiacenti’ al loro darsi empirico. Anche l’interesse per le relazioni e i linguaggi di parentela, che saranno spesso al centro della sua attenzione dagli anni Ottanta in poi, in realtà lo accompagna per tutta la sua attività di studio e didattica, fin dagli esordi, quando scrisse un contributo per le dispense di un corso di de Martino all’Università di Roma (A. M. Cirese, L'organizzazione sociale e la parentela, in E. de Martino, Introduzione allo studio dell'etnologia. Corso universitario a.a. 1953/54, Roma, Ed. Ateneo, 1954: 175-203). E se le monografie di taglio storico sono le prime che ha pubblicato, l’approccio storico è stato praticato fino alla fine della sua attività, in modo complementare a quello formalizzante e teorizzante.
Non è insomma un caso se risalgono al 2010, l’anno prima della sua morte, sia l’ultima redazione che conosciamo del progetto di storia degli studi Mondo culto e mondo popolare sia l’uscita del suo ultimo libro, Altri sé, il cui sottotitolo dice Per una antropologia delle invarianze (Palermo, Sellerio). Di Mondo culto e mondo popolare abbiamo detto, ma cosa è Altri sé? Una raccolta di testi, pubblicati tra il 1962 e il 2008, che hanno come filo conduttore la riflessione su ciò che è comune nell’esperienza umana al di là (o al di qua) della varietà delle culture: da un lato l’elementarmente umano, cioè le azioni che sono coessenziali all’esistenza dell’uomo-in-società (lavorare, procreare, comunicare) e alcuni loro corrispettivi emozionali ed esperienziali (aver fame, sete, freddo, amare, odiare, gioire, penare, morire), dall’altro il fatto che la mente umana è una, e unico è il suo modo di funzionare (e dunque non esiste un ‘pensiero altro’). Quello che interessa Cirese è affermare che gli studi antropologici possono assumere a proprio oggetto non solo le differenze culturali ma anche le invarianze soggiacenti: “se io, nei miei modi che conosco, raggiungo i medesimi risultati che lui, l’Altro, raggiunge nei suoi modi che io ignoro, ciò proclama, senza possibilità di confutazione, che la sua mente è identica alla mia o la mia mente è identica alla sua”. È quello che Cirese ha sperimentato con i programmi sul calcolo Maya e con i metalinguaggi parentali (anche in dialogo con altri studiosi). Sono varabili (ma non infinitamente) le premesse e anche le conclusioni culturali, non lo sono le inferenze che conducono dalle une alle altre, e un obiettivo sempre possibile per la scienza è quello di rendere intelligibili inter-culturalmente questi procedimenti. Questa è quella che Cirese ha chiamato antropologia delle invarianze.

 

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