L'antropologia dei
patrimoni culturali e la museologia
Aspetti della ritualità
magica e religiosa nel tarantino, Lacaita 1971 + Oggetti, segni,
musei, Einaudi 1977 + Beni volatili, stili, musei, Gli Ori 2007:
Alberto Cirese scrittore di patrimoni e di musei
Una mostra, due libri, tre concetti (più due): alle origini in Italia di quella
che poi si sarebbe chiamata antropologia dei patrimoni culturali stanno, anche,
alcuni lavori di Alberto Cirese, tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio dei
Novanta.
La mostra era quella che si tenne a Taranto nel 1971, dal primo giugno alla metà
di luglio, nelle sale del Palazzo di Città, sede del Municipio. Si intitolava
"Aspetti della ritualità magica e religiosa nel Tarantino", e si basava su una
parte della ampia collezione di manufatti e documenti che Alfredo Majorano era
venuto raccogliendo a partire dagli anni Trenta. Da tempo Majorano cercava di
rendere pubblica la sua collezione e di farla diventare un museo etnografico,
anche con l'aiuto di alcuni amici e collaboratori più giovani come Antonio Rizzo,
Temistocle Scalinci, Aldo Perrone, Antonio Basile, ma incontrava grandi difficoltà.
Nel 1969 Rizzo si rivolse a Giulio Carlo Argan per un consiglio su chi potesse
dar loro una mano sul piano scientifico, per valorizzare la collezione. Argan
fece il nome di Cirese, e si avviò così il rapporto tra questi e Majorano e gli
altri tarantini. Fu un rapporto che divenne stretto, di amicizia, e durò per i
decenni successivi. Nel 1970 Cirese lavorò sulla collezione e con la collaborazione
soprattutto di Rizzo (e l'aiuto di un gruppo di collaboratori locali) allestì
una mostra con una parte del materiale e soprattutto ne produsse il catalogo,
con un saggio introduttivo e una "Descrizione sommaria della raccolta etnografica
tarantina" che riguardava il complesso degli oggetti e dei documenti della collezione
Majorano, e non solo quelli esposti: si trattava del volumeAspetti della ritualità magica e religiosa nel Tarantino (Manduria,
Lacaita, 1971).
È stata l'unica volta che Cirese si sia confrontato direttamente con la gestione
di una collezione etnografica e lo fece col massimo impegno. Sull'aspetto scientifico
torneremo, ma intanto diciamo che il suo impegno fondò un vincolo perenne tra
lui e la città di Taranto: Alfredo Majorano, nei suoi sforzi tesi alla costituzione
di una vera e propria istituzione museale, arrivò a fare una donazione della sua
collezione al Comune di Taranto, ponendo però la condizione che questo affidasse
la direzione del costituendo museo a Cirese. Majorano morì nel 1984, il museo
non c'era ancora, ma dopo di lui continuò la battaglia, e tenne vivo il rapporto
con Cirese, sua moglie Elena Spinelli. Anch'essa non arrivò a vedere almeno avviato
il progetto, ma i suoi sforzi indussero l'Amministrazione comunale a riprendere
i contatti con Cirese nel 2001, e il 14 marzo del 2003 fu infine inaugurata una
prima sezione del Museo Etnografico "Alfredo Majorano" nella sede provvisoria
di Palazzo Galeota. L'anno dopo, il 16 ottobre fu organizzato un "Omaggio di Taranto
e del Tarantino ad Alberto Mario Cirese", con diverse iniziative e un nuovo passaggio
a Palazzo Galeota. Il 1 ottobre del 2007 il Consiglio Comunale tarantino conferì
a Cirese la cittadinanza
onoraria "per aver instaurato, grazie alla valenza della collezione Majorano,
un proficuo rapporto culturale con la città di Taranto". E il museo? Nel 2010
la collezione venne trasferita a Palazzo Pantaleo, nuova e definitiva sede, e
il 10 febbraio 2014 fu inaugurato il nuovo allestimento, curato da Antonio Basile,
primo direttore nella nuova sede.
I due libri, entrambi raccolte di saggi, sono Oggetti,
segni, musei. Sulle tradizioni contadine, pubblicato nel 1977, e Beni
volatili, stili, musei. Diciotto altri scritti su oggetti e segni, che
ne riprende il discorso giusto trent'anni dopo. Oggetti fu il primo libro
di un antropologo italiano a occuparsi di museografia etnografica ed ebbe il valore
di fondazione di un discorso scientifico, proseguendo di fatto l'operazione di
Cultura egemonica e culture subalterne e ponendo la demologia in dialogo
da un lato con il marxismo e la semiologia, dall'altro con fermenti sociali nuovi,
come la museografia locale spontanea. I saggi raccolti sono sette e datano dal
1963 al 1975; tra di essi ci sono i testi che Cirese preparò nel 1970 e nel 1971
per la mostra tarantina. Il secondo libro, Beni volatili, si pone esplicitamente
in continuità con il primo, come dice anche l'autore nella nota di apertura: quello
che negli anni Settanta era un fenomeno sociale, culturale e politico agli inizi,
cioè la nascita di collezioni e musei etnografici per impulso di gruppi di iniziativa
locale, di solito privi di sostegni istituzionali e accademici, nei decenni seguenti
si espande e si consolida notevolmente, fino a contare decine e decine di realtà
in tutto il territorio nazionale, dedicate alla documentazione e alla rappresentazione
del lavoro e della condizione contadina, ma anche delle più diverse articolazioni
della vita culturale tradizionale. Regioni, Università e altri enti sono intervenuti
con finanziamenti, progetti di ricerca e strutture organizzative, favorendo la
crescita di nuove leve di operatori e ricercatori: una nuova stagione di convegni,
confronti e discussioni che ha visto Cirese molto attivo e coinvolto. Dunque in
questo secondo libro troviamo raccolti diciotto saggi (e quattro Postille) che
datano dal 1986 al 2005.
I tre concetti (più due) che possiamo considerare rappresentativi dell'operato
e del pensiero di Cirese, concetti-etichetta, ce li suggeriscono Pietro Clemente
e lo stesso Cirese in un colloquio
in forma di intervista del 1997, pubblicato due anni dopo: 'metalinguaggio',
'nostalgia', 'beni volatili', 'sintagma/paradigma', 'cerimonialità'. È Clemente
che chiede a Cirese se sia d'accordo nel ritenere i primi tre i suoi "contributi
più grossi" dati al settore, e Cirese risponde di sì (con qualche riserva sul
'metalinguaggio'), ma propone di aggiungerne due. Di che si tratta? Intanto diciamo
che i primi due elementi indicati da Clemente vengono dai due saggi che lui giudica
i più rilevanti tra quelli raccolti in Oggetti segni musei, mentre i due
proposti da Cirese stanno nello stesso libro, ma nei due scritti relativi all'esperienza
tarantina, evidentemente per lui molto importante. I 'beni volatili' sono invece
un tema successivo, come vedremo; aggiungiamo che Pietro Clemente commenta ampiamente
i temi della museologia ciresiana in un saggio ("Vent'anni
dopo Alberto M. Cirese scrittore di musei") pubblicato insieme all'intervista
a Cirese in un fascicolo della Ricerca Folklorica del 1999.
Il concetto di 'metalinguaggio' sta nel titolo ("Le
operazioni museografiche come metalinguaggio") che Cirese diede in Oggetti
segni musei alla relazione per il seminario "Museografia e folklore" tenutosi
a Palermo nel novembre 1967, e che si intitolava originariamente "I musei del
mondo popolare: collezioni o centri di propulsione della ricerca?" 'Metalinguaggio'
è termine tecnico della linguistica, e Cirese nella discussione con Clemente esprime
il dubbio di non averlo usato in modo sufficientemente rigoroso; ma il suo uso
nasce dalla considerazione di fondo che Cirese fa sul valore e sul senso delle
collezioni dei musei folklorici, che servono a documentare relazioni e condizioni
sociali, saperi, tecniche d'uso, il che non può farsi tentando di rappresentare
realisticamente la vita vissuta, ma solo distaccandosene, adottando un proprio
linguaggio, fatto di operazioni conoscitive e tecniche espositive capaci di raccontare
i contesti degli oggetti e delle pratiche documentati. Dice Cirese: "Conoscere
significa sempre introdurre una discontinuità nell'indistinta continuità del reale,
per rintracciare le linee di continuità che legano i fatti e le cose al disotto
della superficie percepibile al livello del vissuto. […] Il museo ha un linguaggio
che è un meta-linguaggio in rapporto ai dati di fatto empirici." Insomma, sintetizza
Pietro Clemente, per Cirese "il museo è lo spazio del pensiero analitico che ri-costruisce
conoscitivamente il mondo".
La 'nostalgia' è il nome di una componente emotiva e di una motivazione forte
per l'operare che Cirese riconosce come valida nelle esperienze di nuova museografia
contadina locale. Siamo nel gennaio 1975, a Bologna e San Marino di Bentivoglio
si tiene il "Convegno nazionale di museografia agricola sul tema: il lavoro contadino",
e Cirese vi tiene una relazione che in Oggetti segni musei avrà il titolo
"Condizione
contadina tradizionale, nostalgia, partecipazione". L'ampio intervento si
occupa non solo di museografia, sviluppando aspetti trattati nel 1967, ma tratta
anche temi come i rapporti tra cultura egemone e culture subalterne, 'condizione'
o 'civiltà' contadine, folklore come concezione del mondo. A proposito poi delle
esperienze di museografia contadina spontanea di cui anche si discuteva nel convegno,
Cirese ne sottolinea il valore di consapevole riscatto culturale per gli stessi
protagonisti di quelle esperienze, e se a questo si accompagna una componente
di 'nostalgia' per una passata condizione sì di maggior miseria, ma anche di minore
espropriazione (cioè di maggiore integrazione tra vita domestica, vita associata
e vita lavorativa), si può dire che si tratta di una nostalgia che si associa
a una forte coscienza dei prezzi pagati (emigrazione, sradicamento, esilio).
La definizione di una parte dei beni culturali demologici come 'beni
volatili' viene proposta da Cirese tra la fine degli anni Ottanta e l'inizio
degli anni Novanta: "dal punto di vista della loro costituzione materiale, in
Italia i beni demologici sono di tre tipi perché ai beni immobili (edifici e simili)
ed a quelli mobili (ex voto o aratri, per esempio) si aggiungono i beni che ho
proposto di chiamare volatili: canti o fiabe, feste o spettacoli, cerimonie e
riti che non sono né mobili né immobili in quanto, per essere fruiti più volte,
devono essere ri-eseguiti o ri-fatti, ben diversamente da case o cassapanche o
zappe la cui fruizione ulteriore (danneggiamenti a parte) non ne esige il rifacimento."
In Italia è invalso invece l'uso del termine "immateriali" per caratterizzare
questi prodotti culturali. Cirese ragionevolmente polemizzerà contro quest'uso,
che inconsapevolmente implica una assunzione metafisica e sembra basarsi sul fatto
che edifici e monumenti e quadri e utensili li si può toccare, riti e racconti
no. Ma 'materiale' non è unicamente ciò che riguarda uno soltanto tra i nostri
cinque sensi, il tatto: come potremmo 'non-materialmente' vedere i gesti e ascoltare
le parole di cui sono 'fatte' e da cui sono veicolate cerimonie e fiabe? Senza
comunicazione non c'è cultura né studio di fatti culturali, e senza l'intervento
dei nostri sensi (e dunque della materia) non c'è comunicazione.
'Sintagma/paradigma' e 'cerimonialità' sono le aggiunte che Cirese proponeva a
Clemente rispetto al terzetto di espressioni che lui aveva individuato come le
più caratterizzanti nella riflessione museografica ciresiana, ed entrambe si trovano
negli scritti che accompagnano il lavoro per la prima parziale esposizione della
collezione Majorano a Taranto e che in Oggetti prendono i titoli "La
cerimonialità: celebrazioni, operazioni, riproduzioni" e "Appunti
di lavoro per una mostra". 'Sintagma/paradigma' fa più diretto riferimento
a quella idea dei musei come "centri di propulsione della ricerca" che già aveva
avanzato nel 1967. Qui si propone di organizzare le esposizioni facendo largo
uso di riproduzioni, modellini, fotografie, accanto o in luogo degli oggetti originali,
esponendoli non solo nel loro insieme per ricostruire, per esempio, la fisionomia
di determinati eventi cerimoniali o rituali quale si dà concretamente ogni volta
che l'evento ha luogo, e dunque 'sintagmaticamente', ma anche separandoli gli
uni dagli altri per accostarli, invece, 'paradigmaticamente', ad altri elementi
che svolgono funzioni analoghe in altri cerimonie o rituali, permettendo così
confronti analitici e comparativi: "ho cercato di scrivere come se dovessi fare
la scenografia di un film, con l'impiego di una serie di categorie che cercavano
di dare un costrutto conclusivo che avesse una sua organicità interna" dice Cirese
nel 1997 dialogando con Clemente, e nota come su questo aspetto non si sia soffermato
nessuno. Così come sotto silenzio erano passate le sue osservazioni in cui cercava
"di distinguere, di stabilire i livelli e le caratteristiche di ciò che chiamiamo
cerimoniale". Vediamo che questo sforzo di concettualizzazione Cirese tentava
di sottolinearlo già con il cambio di titolazione del saggio sulla mostra tarantina,
che nel catalogo del 1971 era semplicemente "Presentazione" per la mostra
che aveva per titolo "Aspetti della ritualità magica e religiosa nel Tarantino"
e nel libro del 1977 diventava, come abbiamo visto, "La cerimonialità: celebrazioni,
operazioni, riproduzioni". Dunque le manifestazioni della cerimonialità magica
e religiosa vengono sottoposte a riflessioni e analisi che si interrogano non
solo su 'a cosa serva' la cerimonialità, ma anche 'di cosa sia fatta' e come funzioni,
sottolineandone ad esempio l'aspetto di "comunicazione dei significati che non
si affida alle parole e invece impiega come segni le azioni, i gesti, i
comportamenti, gli abiti, le figurazioni": emerge così "un dato unificante che
scavalca le differenze ideologiche, morfologiche e funzionali che pur intercorrono
tra magico e religioso, processionale e non processionale, celebrativo e operativo.
È il dato costituito da un comune disporsi della ritualità e della cerimonialità
sul terreno dei segni: ciò che si compie non è (o non è soltanto) un evento,
perché significa sempre qualche altra cosa da sé. Per abusare ancora di
termini tecnici ormai divulgati, si può dire che gli atti cerimoniali sono significanti
che rinviano ad un qualche significato."