SAPIENZA Università di Roma - Facoltà di Lettere e Filosofia
Corso di laurea magistrale in Editoria e scrittura
a.a. 2018/2019 - primo semestre

Eugenio Testa

Antropologia sociale - Scrivere culture
(codice 1026713) - 6 CFU -
M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche - canale 2 (N-Z)

 

Francis Ford Coppola realizzò il film Apocalypse now (1979) ispirandosi al racconto di Joseph Conrad Cuore di tenebra (1902). Marlon Brando è il colonnello Walter E. Kurtz, e qui sta leggendo ad alta voce la poesia di Thomas Stearns Eliot "The Hollow Men" (1925). Eliot pose in epigrafe al testo la frase "Mistah Kurtz - he dead", con cui nel romanzo di Conrad veniva annunciata la morte di Mr. Kurtz

CONTENUTI
L'antropologia, essenzialmente, è studio di alterità, di differenze culturali. La comprensione dell'alterità passa per il suo riconoscimento, e questo riconoscimento implica la sua descrizione, il suo racconto: la sua scrittura. La riflessione sulla specificità della scrittura è un tema all'ordine del giorno da alcuni decenni, in antropologia: c'è molta 'antropologia' in tante narrazioni non antropologiche dell'alterità culturale, e c'è molta 'letteratura' nelle descrizioni composte dagli antropologi. Il corso intende tracciare una panoramica della questione, e confrontarsi con alcuni esempi rappresentativi delle sue possibili articolazioni.

PROGRAMMA D'ESAME
1) Alberto Sobrero, Il cristallo e la fiamma. Antropologia tra scienza e letteratura. Roma, Carocci, 2009

2a) Pietro Clemente, "Penne di petto: antropologia, poesia, generazioni", Il gallo silvestre, 2000, n. 13: 117-135
2b) Alberto Sobrero - Eugenio Testa, "Perché gli antropologi scrivono romanzi?", Il gallo silvestre, 2000, n. 13: 164-179
2c) Fabio Dei, "La libertà di inventare i fatti: antropologia, storia, letteratura", Il gallo silvestre, 2000, n. 13: 180-196

3) uno a scelta dei due percorsi di studio di seguito indicati

3a) Alieni vicini: contadini
Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli. Saggi introduttivi di Italo Calvino e Jean Paul Sartre. Torino, Einaudi, 2014 [prima edizione: 1945]
Rocco Scotellaro, Contadini del Sud. Bari, Laterza, 2017 [prima edizione: 1954]
Manlio Rossi-Doria, "Prefazione" in Rocco Scotellaro, Contadini del Sud. Bari, Laterza, 1954
Mario Alicata, "Il meridionalismo non si può fermare a Eboli", Cronache meridionali, 1954, n. 9: 56-74
Alberto Mario Cirese, "Note su Contadini del sud", La Lapa, 3. (1955), n. 3/4: 84-91
Carlo Levi, "Prefazione" in Rocco Scotellaro, L'uva puttanella. Contadini del Sud. Bari, Laterza, 1964
Manlio Rossi-Doria, "Rocco Scotellaro vent'anni dopo ", Nuova Antologia, 1974
Manlio Rossi-Doria, "Ricordo di Carlo Levi", L'Astrolabio, 31/12/1974
Pietro Clemente, "Il caso Scotellaro" in P. Clemente, M.L. Meoni, M. Squillacciotti (a cura di ), Aspetti del dibattito sul folklore in Italia nel primo dopoguerra. Milano, Edizioni di cultura popolare, 1976
Alberto Mario Cirese, "Un tempo duro, ma di ben più credibili speranze" in Gigliola De Donato (a cura di), Carlo Levi nella storia e nella cultura italiana. Manduria-Bari-Roma, Lacaita, 1993 : 227-233
Pietro Clemente, "Oltre Eboli: la magia dell'etnografo" in Gigliola De Donato (a cura di) Il tempo e la durata in 'Cristo si e fermato a Eboli'. Roma, Fahrenheit 451, 1999: 261-267
Daniel Fabre, "Passioni e conoscenza nel Cristo si è fermato a Eboli" in Gigliola De Donato (a cura di) Il tempo e la durata in 'Cristo si e fermato a Eboli'. Roma, Fahrenheit 451, 1999: 269-276
Alberto Mario Cirese, "Per Rocco Scotellaro: letizia, malinconia e indignazione retrospettiva", SM Annali di San Michele, n. 18, 2005 : 197-229

testi proposti per l'esercitazione di lettura facoltativa:
John Steinbeck, Furore. Milano, Bompiani, 2013 [The grapes of wrath. London, Penguin Books, 2014; prima edizione: 1939]
Giulio Angioni, Il sale sulla ferita. Nuoro, Il Maestrale, 2010 [prima edizione: 1990]

3b) Alieni lontani
Bronislaw Malinowski, Giornale di un antropologo. Roma, Armando, 2016 [A diary in the strict sense of the term. Stanford, CA, Stanford University Press, 1989; prima edizione: 1967]
Bronislaw Malinowski, "Introduzione. Oggetto, metodo e fine della ricerca", in Id., Argonauti del Pacifico occidentale. Torino, Bollati Boringhieri, 2011 : 9-34 [Argonauts of the western Pacific. An account of native enterprise, and adventure in the archipelagoes of Melanesian New Guinea. London - New York, Routledge, 2014; prima edizione: 1922]
George W. Stocking, "La magia dell'etnografo. La ricerca sul campo nell'antropologia inglese da Tylor a Malinowski", in La Ricerca Folklorica, n. 32, 1995 : 111-132 ("The Ethnographer's Magic: Fieldwork in British Anthropology From Tylor to Malinowski" in Observers observed. Essays on ethnographic fieldwork. Edited by George W. Stocking, Jr. Madison, Wi., University of Wisconsin Press, 1983 : 70-120)
James Clifford, "Sul modellamento etnografico dell'io: Conrad e Malinowski", in Id., I frutti puri impazziscono. Etnografia, letteratura e arte nel secolo XX. Torino, Bollati, Boringhieri, 2010 : 115-139 [The predicament of culture. Twentieth-century ethnography, literature, and art. Cambridge, Mass., Harvard University Press, 1988]

testi proposti per l'esercitazione di lettura facoltativa:
Joseph Conrad, Cuore di tenebra. Torino, Einaudi, 2016 [Heart of darkness. London, Penguin Books, 2007; prima edizione: 1902]
Ursula K. Le Guin, La mano sinistra delle tenebre. Milano, TEA, 2003 [The left hand of darkness. New York, ACE, 2010 [prima edizione: 1969]
Ursula K. Le Guin, I reietti dell'altro pianeta. Milano, Mondadori, 2014 [The dispossessed. An ambiguous utopia. New York, Harper Perennial Classics, 2003; prima edizione: 1974]

 

CALENDARIO DELLE LEZIONI: martedì 17.00 - 19.00 (Aula A di Studi storico-religiosi, II piano); venerdì 15.00 - 17.00 (Aula di Paleografia, II piano)

INIZIO DELLE LEZIONI: martedì 16 ottobre 2018 (termine previsto del corso: venerdì 21 dicembre)

ESAMI:
SESSIONE INVERNALE
Martedì 22 gennaio 2019 (ore 11-14) Aula Paleografia

NOTE: L'esame sarà scritto, con alcune domande a risposta aperta sui principali argomenti trattati nei testi in programma.
E' prevista per gli studenti frequentanti la possibilità di svolgere esercitazioni di scrittura su temi trattati nel corso ed esercitazioni di lettura su alcuni testi proposti dal docente. Le esercitazioni di scrittura condurranno alla stesura di un breve testo, la cui elaborazione sarà discussa via via con il docente. Le esercitazioni di lettura condurranno a esposizioni orali, in sedute seminariali del corso. Le esercitazioni saranno del tutto facoltative, e non influiranno sulla valutazione finale.
Non ci sono differenze di programma per studenti frequentanti e non.
Potranno sostenere l'esame con questo programma gli studenti i cui cognomi inizino con le lettere dalla N alla Z. Gli studenti il cui cognome inizia con le lettere dalla A alla M devono sostenere l'esame con il prof. Alberto Sobrero, che terrà il corso nel secondo semestre. Per motivi logistici non potranno essere ammessi cambi di canale.

LEZIONI: argomenti trattati, materiali utilizzati, opere citate:

martedì 16 ottobre 2018
audio della lezione
(incompleto)

Presentazione del corso: i testi d'esame; le esercitazioni di scrittura o di lettura per i frequentanti

venerdì 19 ottobre

audio della lezione
prima parte
seconda parte
Pietro Clemente, "Penne di petto: antropologia, poesia, generazioni". Tre linee di lavoro per indagare sul rapporto tra poesia e antropologia: A) la poesia come "vivere dell'interno" ("Una cultura vista da dentro una vita, e una vita vista da dentro una cultura, una storia"; corto circuito tra idiografico e nomotetico; "Nella poesia, forse più che nel racconto in prosa, come nelle storie di vita, l'indIviduante, attraverso un percorso di paradigmatizzazione o esemplarizzazione apre una strategia conoscitiva indiretta verso comprensioni più larghe") B) la poesia come "oltre": metaetnografia o istituzione dello sguardo antropologico ("Occorre in un certo senso ammettere che la poesia, o parti di essa, o forse la creazione poetica che noi occidentali conosciamo come parte profonda della nostra cultura, ha qualcosa a che vedere con gli 'stati di coscienza alterati' che talora gli antropologi studiano nei comportamenti sciamanici, trance e 'visione'sembrano talora farne parte, o anche solo capacità di produzioni testuali ri-organizzative del percepito corrente"; "La poesia aleggia come occhio di strega sull'insieme, da un punto di vista che non è quello della 'sguardo da lontano' e oggettivante dell'antropologia strutturalista, ma è lo sguardo da 'oltre'. È uno sguardo da dentro, da vicino e insieme da oltre anche quello che consente al poeta di immaginare ruoli diversi in presenza della morte, e consente di vedere la morte nella prospettiva della vita. Cose che l'antropologo non può descrivere: etnografia dei misteri fondanti della esistenza, che ci conduce nei luoghi delle nostre fondazioni, ma solo per prender 'scintille', 'braci' da riportare nel nostro linguaggio"); C) Ia poesia come "fondazione del ricordo" e della esperienza vissuta e trasmessa del tempo (la poesia "si è sforzata di aggirarsi intorno ai sacri riti delle fondazioni e dei ricordi, custode antropologica dell'elementarmente umano; la poesia, insieme alle storie di vita raccoglie "la parola testimoniante, il racconto della vita vissuta nel tempo passato che diventa presente del racconto, trasmissione ereditaria di beni fruibili. Futuro del passato, apertura di mondi immaginativi e di mondi morali").
Per il suo discorso Pietro Clemente ha dialogato con alcune poesie in dialetto molisano di Eugenio Cirese (1884-1955), tratte da E. Cirese, Oggi domani ieri. Tutte le poesie in molisano, le musiche e altri scritti. A cura di A.M. Cirese. Isernia, Marinelli, 1997.
Alberto Sobrero - Eugenio Testa, "Perché gli antropologi scrivono romanzi?". Nei primi quattro paragrafi del saggio, di Alberto Sobrero, si affronta il tema del rapporto tra antropologia e letteratura a partire dall'individuazione di aree di sovrapposizione tra esse, e da alcuni esempi di attraversamento della linea di confine nell'una e nell'altra direzione: dunque antropologi che scrivono romanzi, e romanzieri che fanno uso di strumenti classici del lavoro antropologico come l'osservazione partecipante, le interviste, la raccolta di storie di vita. Si fanno riferimenti, come luoghi, situazioni e autori, all'area caraibica e al sud America, alla letteratura di emigrazione in Francia e in Gran Bretagna, alle letterature africane. José María Arguedas (1911-1969): "Arguedas, arrivato a Chimbote, lungo la costa settentrionale del Perù, per una ricerca antropologica, finì con lo scrivere uno dei più grandi lavori dell'antropologia e della letteratura latino-americana e uno dei libri più affascinanti di tutti i tempi, El zorro de arriba y el zorro de abajo [1969; trad. it. 1990]. Un libro incredibile, difficile dire se di antropologia o di letteratura, un insieme di piccole storie, interviste, lettere, pagine del suo diario". Arguedas si suicidò alla fine di ottobre del 1969, e dà conto nel libro stesso della sua decisione: "Arguedas in questo senso è l'espressione estrema dell'impossibilità di essere al tempo stesso ricercatore e parte della propria ricerca". Jaime de Angulo (1887-1950) si formò come antropologo con Alfred Kroeber, andò a fare ricerca tra nativi della California, e decise di rinunciare al ruolo di studioso e osservatore, preferendo imparare a vivere con i nativi, scrivendo le opere più note non in chiave saggistica ma narrativa. Sobrero definisce "un primo nucleo della relazione fra antropologia e romanzo: i due generi tendono ad avvicinarsi: a) quanto più l'antropologia riconosce di essere narrazione di una narrazione, narrazione di una realtà che in ogni caso è narrata e che noi narriamo; e quanto più l'antropologo è capace di ascoltare la narrazione degli altri e di avere coscienza del carattere comunque storico della propria narrazione; b) quanto più il terreno di studio diventa quello del proprio mondo, quanto più una stretta relazione prende il posto della distanza etnografica; c) e infine, quanto più è presente quell'inquietudine interiore che Wittgenstein considerava la condizione di ogni ricerca; quanto più la ricerca diventa, oltre che ricerca scientifica, anche esperienza personale". Fermo resta che "L'antropologia e la letteratura sono due terreni molto differenti e che richiedono di essere tenuti ben distinti. La prima, malgrado tutto, tende alla verità, la seconda al possibile; la prima, come ogni scienza, tende a semplificare il mondo, la seconda a complicarlo", ma è da dire anche che "vi sono anche momenti nei quali anche la scienza deve tornare a pensare il possibile e a complicarsi un po' la vita".

martedì 23 ottobre

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prima parte
seconda parte

Giulio Angioni è nato a Guasila (Cagliari) l'8 ottobre 1939 ed è morto a Settimo S. Pietro (Cagliari) il 12 gennaio 2017. Come antropologo è stato allievo di Alberto Mario Cirese e di Ernesto de Martino, ed ha insegnato all'Università di Cagliari. E' stato autore di monografie e saggi, ma anche di romanzi e di poesie (qui una lista dei libri di cui è stato autore o co-autore; molti suoi scritti, e anche interventi in audio e in video, si trovano sui siti promossi dalla Regione Autonoma della Sardegna
Sardegna Digital Library e Sardegna Cultura).
In uno scritto sull'Unione Sarda dell'11 luglio del 2003 Giulio Angioni diceva "Ma la riflessione per me più importante in quanto antropologo [...] l'ho fatta quando ho capito che con le tecniche della narrazione letteraria si possono dire cose che altrimenti o non potrei dire, o direi in molto pi+ spazio e meno efficacemente, meno pienamente.", e infatti l'articolo è intitolato proprio "Scrivo perché scrivere mi dà la libertà di dire quello che penso". Nei primi romanzi pubblicati, tra la fine degli anni Ottanta e la fine dei Novanta, sono messi in scena temi che molto gli stanno a cuore: Sardegna e sardità, identità, memoria, ricerca di verità. L'approccio con cui li affronta è decisamente rivolto a sottolineare il carattere plurale, polifonico, costruito, provvisorio, collaborativo, dialogato di ognuno di quei temi. Non esistono UNA sardità, UNA identità, UNA memoria, UNA verità, ma tutte sono fatte di pezzetti che di volta in volta si combinano come in un caleidoscopio, e ogni combinazione emerge dalla collaborazione tra tante persone (personaggi) che si incontrano, dialogano, raccontano e fanno i conti con le loro storie e con la Storia di tutti.
Fabio Dei, "La libertà di inventare i fatti: antropologia, storia, letteratura". Qui la riflessione verte su cosa insegna la lezione della 'svolta retorica' geertziana e post-geertziana in antropologia, e cosa lascia di non definito nel confrontare discorsività scientifica e narrazione letteraria. Soprattutto, l'autore cerca di arrivare a fissare qualche punto su cosa consenta di dare maggiore consistenza critica a quella esperienza che su base puramente intuitiva fa avvertire al lettore che una differenza c'è, tra un romanzo e una monografia etnografica, tra un'opera di Conrad e una di Malinowski. Non aiuta molto in questa direzione, dice Dei, il riferimento fatto in ambito storiografico (o meglio, meta-storiografico) al rapporto con le fonti, che vincola la scrittura storiografica e la distingue da una narrazione letteraria. Le fonti documentarie (archivistiche, archeologiche, ecc.) per gli storici sono in larga misura pre-esistenti alla ricerca; per gli antropologi, se fanno etnografia, le fonti sono uno dei prodotti della ricerca, il risultato di uno sforzo di oggettivazione dell'esperienza soggettiva di terreno dell'etnografo. E' altrove che la distinzione tra testo letterario e testo antropologico può essere cercata, pur restando sul terreno della critica testuale stessa. "Se consideriamo la struttura compositiva come la cornice di senso di un testo, al cui livello si definiscono i rapporti tra autore, lettore e oggetto o "materia narrativa", non possiamo non rilevare una decisiva differenza tra romanzo e resoconto etnografico. Nel primo caso (e non solo nel romanzo realista) l'autore chiede al lettore l'immediata identificazione con un universo narrativo. La pratica della lettura si basa essenzialmente su questo patto di identificazione, diciamo su questa finzione partecipativa che liberamente sottoscriviamo quando apriamo la prima pagina di un romanzo. [...] Nel testo etnografico non esiste una cornice di "come se", né al lettore è richiesto un patto di partecipazione, o l'uso di regole di valutazione critica del discorso (della sua coerenza, verosimiglianza etc.) diverse da quelle ordinarie. L'autore stabilisce con il lettore un rapporto di interlocuzione diretta, che si articola in discorsi descrittivi e argomentativi inscritti in una cornice (esplicita o implicita) di riferimenti teorici. La "materia narrativa" è assunta come oggerro del dialogo tra autore e lettore, dunque distanziata da entrambi e investita di valore di verità-falsità". Insomma la scrittura etnografica e antropologica si caratterizza e si distingue rispetto a quella letteraria non tanto per la presenza dei fatti, quanto di quella della teoria.: "Il discorso antropologico si sviluppa attorno a una dimensione teorico-argomentativa che non può esser facilmente ricondotta a strategie retoriche, e che è anzi in grado di inglobare queste ultime per le proprie finalità conoscitive e comunicative".

venerdì 26 ottobre

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prima parte
seconda parte


Alberto Sobrero, Il cristallo e la fiamma. Prefazione: il mondo è mondo narrato, fra noi e il mondo ci sono le parole; a partire dagli anni Settanta questa consapevolezza si diffonde nelle scienze umane, e ci si interroga su quanto la scrittura (attraverso cui le scienze si formano e comunicano) condizioni l'osservazione del mondo. Questo libro però, studiando il rapporto tra antropologia e letteratura, intende andare oltre il confronto tra le rispettive strategie retoriche, e cerca piuttosto di confrontarsi con il narrare in quanto tale: se l'attività di narrare è costituitiva del nostro rapportarci al mondo, quello che va studiato è il rapporto tra narrare e vivere, tra narrativa e vita. Per questo sarà importante un confronto con le scienze della mente, per andare oltre la riflessione su cosa e come si narra, e indagare il narrare come attività, dispositivo, funzione che per la specie umana è condizione del conoscere. Ad esempio Gerald Edelman, biologo, considera tutte le scienze della vita come scienze del riconoscimento: vivere, a livello del singolo organismo, o a quello, evolutivo, della specie, implica il riconoscere nel mondo esterno le condizioni adatte al proprio sviluppo; del mondo esterno sono attori e componenti fondamentali i co-specifici; e le relazioni con i co-specifici, per gli umani, sono mediate da una comunicazione (narrazione) che è la base di ciò che chiamiamo cultura, e che come specie ci contraddistingue (se non qualitativamente, almeno quantitativamente). Tutto ciò a partire da una duplice (batesoniana) convinzione: a) per l'uomo in società vivere vuol dire conoscere l'altro, e questa conoscenza consiste nel riconoscere che l'altro è complementare al sé, che il sé si è fatto sé relazionalmente all'altro; b) il linguaggio dell'antropologia e quello della letteratura costituiscono due modalità di uno stesso dispositivo narrativo, in cui oggettività e soggettività, poesia e documentazione interagiscono in modo irregolare e imprevedibile, come ingranaggi distinti di un unico meccanismo conoscitivo.
Cap. 1, "A strange romance" [è quello tra antropologia e letteratura, nel titolo di un saggio di Clifford Geertz del 2003]: Sobrero cita quattro antropologi (Leiris, Lévi-Strauss, de Angulo, Malinowski) che hanno operato in luoghi e tempi diversi, che hanno avuto ruoli diversi nella storia dell'antropologia, che al culmine di una importante esperienza di ricerca sul campo hanno testimoniato, in scritture diaristiche, una crisi di fiducia nel senso scientifico del loro lavoro, una crisi personale che li portava è confrontarsi con la propria ingombrante e irriducibile soggettività. Nel sentire l'inadeguatezza della narrazione scientifica, c'è chi fantastica di uscire dall'impasse scrivendo un romanzo 'alla Conrad' come Leiris, chi scrivendo un lavoro teatrale ambientato nella Roma antica come Lévi-Strauss, c'è chi la strada della antropologia professionale sceglie di abbandonarla come de Angulo, e chi progetta di rivoluzionarla come Malinowski, anche seguendo modelli letterari ben precisi ("Rivers è il Rider Haggard dell'antropologia, io ne sarò il Conrad!": così disse a Brenda Seligman, e Raymond Firth lo riferisce nel 1957). Antropologia e letteratura sono attività distinte, questo non va dimenticato: "La letteratura fa il suo dovere quando offre agli studi sociali la possibilità di pensare diversamente. [...] L'etnografia fa il suo dovere quando osserva minutamente il reale". Ma è importante anche tenere conto di una raccomandazione di Ludwig Wittgenstein, quella di non confondere il reale con il naturale, di non cadere in una etnografia naturalista: il reale deve restare ben presente e concreto, ma va indagato e narrato senza perdere di vista il possibile, per costruire quelle che Wittgenstein chiamava 'rappresentazioni perspicue', per mantenere almeno una "eco del possibile molteplice dell'esistenza". E qui tornano a incrociarsi le strade dell'antropologia e della letteratura: non è il possibile il terreno d'elezione della narrazione letteraria? E allora anche gli antropologi fanno bene a leggere romanzi, per allenarsi a non confondere il reale con il naturale: così raccomandano di fare Clyde Kluckhohn, Rodney Needham, Elsa Guggino (e lo psichiatra Romolo Rossi).


martedì 6 novembre

audio della lezione
prima parte
seconda parte


Alberto Sobrero, Il cristallo e la fiamma: possiamo dire che Sobrero affronta il tema indicato dal sottotitolo del libro, Antropologia tra scienza e letteratura
1) nei termini più generali del rapporto tra narrazione e vita
2) con un approccio radicale
--- portando il discorso alle radici sul piano teorico, con interlocutori come Edelman, Damasio, Bruner, Frye, Bachtin
--- confrontandosi con esperienze radicali del rapporto tra vita e narrazione, in autori come Conrad, Leiris, Malinowski, Arguedas
3) partendo da una visione interamente relazionale: la relazione con l'altro (con l'esterno, con il mondo) è esperienza originaria e fondativa per la costruzione del sé
In conclusione del cap. 1, nel paragrafo "La svolta narratologica", si ricorda come nella tradizione di studi antropologici italiani (soprattutto in ambito demologico) sia sempre stato vivo l'interesse per diversi aspetti 'letterari' delle culture popolari; possiamo aggiungere che ci sono stati anche letterati che hanno prodotto lavori di alto livello scientifico occupandosi di temi tradizionalmente demologici: ricordiamo almeno il Canzoniere italiano. Antologia della poesia popolare di Pierpaolo Pasolini (1955) e Fiabe italiane raccolte dalla tradizione orale negli ultimi cento anni e tradotto in lingua dai vari dialetti di Italo Calvino (1956). E proprio Italo Calvino fornisce a Sobrero lo spunto per il titolo del suo libro. In Lezioni americane (1988), nel capitolo sull'Esattezza, Calvino cita Massimo Piattelli Palmarini che, parlando di modelli per il processo di formazione degli esseri viventi, dice che essi sono "da un lato il cristallo (immagine d'invarianza e di regolarità di strutture specifiche), dall'altro la fiamma ((immagine di costanza d'una forma globale esteriore, malgrado l'incessante agitazione interna". Calvino aggiunge che cristallo e fiamma per lui, tra l'altro, sono "due categorie per classificare fatti e idee e stili e sentimenti". Sobrero a sua volta si riferisce a queste due figure per dire come "il raccontare storie possa aiutare a vedere le cose più sfumate, ma al tempo stesso anche più esatte; che le parole del racconto possano porsi tra la forma della fiamma e quella del cristallo, tra le parole quotidiane che dicono troppo e quelle che dicono troppo poco".
Nel cap. 2, "Tre prospettive", Sobrero tratteggia il configurarsi del dibattito su antropologia e letteratura secondo tre prospettive: quella formalista, quella ermeneutica, quella archetipica.
La prima, la formalista, per Sobrero non è convincente, perché rischia di isolare i testi su cui si esercita l'analisi dai contesti a cui appartengono, che riguardano anche "le ragioni per le quali narriamo, il bisogno e il piacere di narrare e narrarci, le condizioni del narrare, la possibilità o l'impossibilità stessa di narrare": "quelle impostazioni [formaliste] avevano tentato di leggere in termini scientifici la 'conoscenza narrativa', mentre quel che oggi ci interessa è semmai il contario: capire quale sia l'inevitabile componente narrativa della conoscenza". Tra i 'fondatori' della prospettiva formalista c'è Vladimir J. Propp (1895-1970), con il suo libro Morfologia della fiaba (uscito in russo nel 1928, tradotto in italiano nel 1966), in cui sostenne che l'apparentemente infinita varietà di situazioni e personaggi rappresentati nelle fiabe di magia erano in realtà riconducibili a 31 'funzioni narrative', in cui agivano 7 categorie di 'protagonisti', e il tutto dava vita in realtà a un unico 'movimento' narrativo [su questo si possono vedere le p. 305-310 di A.M. Cirese, Cultura egemonica e culture subalterne. Palermo, Palumbo, 1973]. Tra gli autori italiani che si sono distanziati da un approccio solo testuale alla tradizione orale si ricordano Aurora Milillo (scomparsa nel 1999) per la fiabistica (La vita e il suo racconto. Tra favola e memoria storica. Roma, Casa del libro, 1983) e Pietro Clemente per le storie di vita.
La prospettiva ermeneutica è ricondotta principalmente al lavoro di Paul Ricoeur, di cui si ricordano le riflessioni sul processo di progressivo distanziarsi, autonomizzarsi, specializzarsi del raccontare rispetto al vivere (mimesis I, II e III).
La prospettiva archetipica, sulla quale si tornerà a discutere nel capitolo dedicato a Northrop Frye, non ha goduto di molto credito in ambito antropologico. Non si può però non osservare come "per un verso fra popoli tanto lontani e diversi si trovino spesso storie tanto simili, e per altro verso, come certi temi e motivi attraversino secoli e millenni, culture e psicologie diverse, transitando facilmente da strati nobili a strati volgari della letteratura e viceversa". Questa constatazione ha ispirato per esempio l'inventariazione e classificazione di tipi e motivi narrativi in campo fiabistico che ha prodotto repertori internazionalmente usati (in una prospettiva in un certo senso opposta a quella di Propp): è il lavoro avviato dallo studioso finlandese Antti Aarne nel 1910, proseguito e sviluppato dallo statunitense Stith Thompson (1928 e 1961 per l'indice dei tipi, 1932-1935 e 1955 per quello dei motivi) e portato ancora avanti dal tedesco Hans-Jörg Uther (2004)


venerdì 9 novembre

audio della lezione


Alberto Sobrero, Il cristallo e la fiamma. Cap. 3 "Le scienze del riconoscimento". 'Riconoscimento': con Gerald Edelman, "saper riconoscere nel mondo esterno (nell'altro) le condizioni più adatte al proprio sviluppo" (p. 17); "incontro adattivo tra l'organismo e l'ambiente" (p. 70). Ri-conoscimento, e non semplice 'conoscimento', perché questo rapporto col mondo esterno (con l'altro) si dà, per ogni organismo, sulla base di un corredo di capacità, caratteristiche, attitudini che l'evoluzione ha selezionato a livello filogenetico, e che poi si realizza (o non si realizza, fallisce) volta per volta, contesto per contesto, interazione per interazione.
La riflessione cognitivista che si è sviluppata negli ultimi decenni sul funzionamento della mente, sul rapporto tra mente e corpo (tra mente e cervello), ha dato luogo a due orientamenti principali, che nei termini di Gerald Edelman possiamo definire come sostenitori l'uno del modello di riconoscimento per istruzione, l'altro del modello di riconoscimento per selezione naturale.
Per ricostruire la posizione del modello di riconoscimento per istruzione si segue l'argomentazione dello psicologo sperimentale americano Steven Pinker e del suo fortunatissimo L'istinto del linguaggio (1994, trad. it. 1997). Una volta raggiunta una posizione di equilibrio tra una specie e l'ambiente, il lavoro dell'evoluzione e della selezione naturale si esaurisce; la mente di Homo sapiens da 200.000 anni lavora sostanzialmente come una macchina, che attua le istruzioni impartite dal cervello, in esso codificate una volta per tutte dal compimento del processo evolutivo; interpretazione innatista (con Chomsky) del funzionamento del linguaggio: la varie lingue storiche non sono che attuazioni locali di una lingua universale della specie umana, una sorta di lingua della mente (il 'mentalese'), "quella parte della macchina cerebrale che ha in sé la capacità di formulare i concetti/enunciati facendo girare il programma di una delle lingue del mondo". Ma, obietta Sobrero, l'idea del 'mentalese' presuppone quella di un isomorfismo logico-metafisico tra mondo e linguaggio, tra semantica e sintassi: e allora si finirebbe dal 'mentalese' al 'culturese', all'idea di una sostanziale identità universale di visione del mondo, di cultura. E infatti Pinker polemizza apertamente con il relativismo culturale degli antropologi, con la loro idea che in campo culturale "tutto può essere".
Per parlare del modello di riconoscimento per selezione naturale Sobrero si affida a lavori di Gerald Edelman, biologo statunitense (1929-2014) e del neuroscienziato portoghese Antonio Rosa Damasio (1944-): in comune i due autori hanno l'interesse a costruire una storia naturale, evolutiva della mente, della coscienza, dell'intenzionalità, in cui però "l'evoluzione opera per selezione, non per istruzione. Non c'è causa finale, né teleologica, né uno scopo alla guida del processo globale, le cui reazioni si verificano sempre a posteriori" (Edelman). Ci sono all'opera diverse modal tà di selezione ('nello sviluppo', 'esperienziale') i cui esiti la mente è in grado di fissare in mappe che categorizzano e consentono di memorizzare le esperienze che si presentano di frequente, consentendo di riconoscerle più facilmente: sono mappe 'locali', che accompagnano lo sviluppo ontogenetico dei singoli organismi, e mappe 'globali', che si fissano e trasmettono a livello filogenetico, della specie, e collegano l'esperienza dei singoli con quella della specie stessa. "Qualcosa di grandioso: passato e presente si saldano, l'esperienza individuale s'innesta nell'esperienza millenaria e quest'ultima ne esce rafforzata, E' quel che Damasio chiama proto-Sé, un insieme di meccanismi chimici e neuronali, delle parti profonde del cervello e della corteccia, che continuamente, ma inconsciamente, assicura all'individuo (nella sua popolazione) le migliori condizioni di sopravvivenza".


martedì 13 novembre
audio della lezione

Alberto Sobrero, Il cristallo e la fiamma. Cap. 3 "Le scienze del riconoscimento": l'intenzionalità.
Cap. 4 "Il teatro dei racconti": Jerome Seymour Bruner (195-2016)
mercoledì 14 novembre
audio della lezione
Alberto Sobrero, Il cristallo e la fiamma. Cap. 4 "Il deposito delle storie": Northrop Frye (1912-1991)

venerdì 16 novembre

audio della lezione
prima parte
seconda parte

Alberto Sobrero, Il cristallo e la fiamma. Cap. 5 "Il senso della differenza": Michail Bachtin (1895-1975)
[citati: Vladimir Jakovlevic Propp (1895-1970); Pëtr Bogatyrëv (1893-1971); Roman Jakobson (1896-1982); Jan Mukarovsky (1891-1975); "Il folklore come forma di creazione autonoma" (1929 di Bogatyrëv e Jakobson]

martedì 20 novembre
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Alberto Sobrero, Il cristallo e la fiamma. Cap. 7 "Il mondo narrato": Honoré de Balzac (1799-1850); cap. 8 "Inconcepibile e indicibile": Joseph Conrad (1857-1924) e Cuore di tenebra (1902)

venerdì 23 novembre
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Alberto Sobrero, Il cristallo e la fiamma. Cap. 9 "Etnografia di guerra": Bronislaw Malinowski [cronologia essenziale; Helena Wayne (Malinowska): "Bronislaw Malinowski: the influence of various women on his life and works" (1985)]: A Diary in the Strict Sense of the Term (1967 e 1989)

martedì 27 novembre
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Alberto Sobrero, Il cristallo e la fiamma. Cap. 10 "Questo diario a doppia entrata": Michel Leiris (1901-1990) e L'Afrique fantôme (1934); cap. 11 "L'ultimo diario": José María Arguedas (1911-1969) e El zorro de arriba y el zorro de abajo (1971)

venerdì 30 novembre
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Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli. La questione meridionale nel secondo dopoguerra: il ruolo degli intellettuali tra contesto politico e 'battaglia delle idee'. La formazione di Levi (Torino 1902 - Roma 1975): la Torino di Piero Gobetti, di Antonio Gramsci e dei Consigli di fabbrica; Guido Dorso e La rivoluzione meridionale (1925); militanza antifascista, confino, clandestinità; il Partito d'Azione. Adesione umana e coscienza dell'alterità nel rapporto con i contadini lucani durante l'esperienza del confino (luglio 1935 - maggio 1936): Giulia la Santarcangelese come Emawaysh? 'Civiltà contadina': Stato, Tempo, Storia e 'autonomismo' di ispirazione gobettiana.

martedì 4 dicembre
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Rocco Scotellaro, Contadini del Sud. Scotellaro (Tricarico 1923 - Portici 1953) è eletto sindaco di Tricarico nel 1946. Nella campagna elettorale del 1946 per l'Assemblea Costituente e il Referendum istituzionale conosce Carlo Levi e Manlio Rossi-Doria e ne resterà amico. Nel 1950, dopo aver passato quasi due mesi in carcere per accuse di irregolarità amministrative da cui sarà prosciolto, lascia la carica di sindaco. Lavora con Rossi-Doria presso l'Osservatorio di Economia agraria a Portici. Nel maggio 1953 l'editore Vito Laterza gli affida l'incarico di svolgere una ricerca sulla cultura dei contadini meridionali ("una iniziativa di conoscenza, non di letteratura e tanto meno di folclore" dice Laterza). Si concorda di svolgere la ricerca su Campania, Basilicata, Puglia e Calabria. Nei mesi successivi Scotellaro compie diversi sopralluoghi, produce molto materiale, seguendo il metodo di raccogliere interviste e/o scritti autobiografici, stende alcuni schemi per la struttura del lavoro. Nel dicembre del 1953 muore improvvisamente, di infarto, lasciando appena abbozzata la ricerca per Laterza, e gli altri suoi lavori letterari e poetici. Nel 1954 Manlio Rossi-Doria curerà per Laterza una edizione del materiale arrivato a un grado di maggiore compiutezza: cinque profili biografici che prenderanno il titolo di Contadini del Sud. Lo stesso anno Carlo Levi curerà l'edizione di una raccolta di poesie di Scotellaro, che esce per Mondadori con il titolo E' fatto giorno e che vince il Premio Viareggio. L'anno successivo, 1955, Levi curerà l'edizione di L'uva puttanella, romanzo autobiografico di Rocco, anch'esso incompiuto. Nella sua Introduzione a Contadini del Sud Manlio Rossi-Doria, raccontando il lavoro preparatorio in cui si era impegnato Scotellaro, cercherà di dimostrare che quanto si era potuto pubblicare era rappresentativo della condizione contadina meridionale e pienamente attendibile sotto il profilo scientifico, pur restando vero, e di fondamentale importanza, che "queste vite, ricostruite o raccolte con rigore di metodo e scrupolosa fedeltà, diventavano per Rocco, nello scriverle, materia d'ispirazione e il nuovo lavoro tornava per lui ad essere poesia".
[Autori citati in relazione all'uso delle interviste/autobiografie/storie di vita e al 'dare la parola' a chi non ne fa, autonomamente, uso pubblico: Danilo Dolci, Danilo Montaldi, Nuto Revelli]

venerdì 7 dicembre
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Il 'caso Scotellaro': le discussioni seguite alla pubblicazione dei libri postumi di Rocco Scotellaro, le dure critiche di intellettuali del PCI (Alicata, Muscetta, Napolitano) ai lavori di Rocco, ma soprattutto, attraverso questi, alle posizioni di Levi e di Rossi-Doria sulla 'civiltà contadina' e al loro distacco nei confronti delle lotte politiche e sindacali dei contadini meridionali.
Mario Alicata, "Il meridionalismo non si può fermare a Eboli": critica del concetto di 'civiltà contadina' di Levi, che allude a una inesistente realtà immobile, fuori della storia, separata e autonoma rispetto al resto della società; denuncia delle posizioni reazionarie di Rossi-Doria e della sua strumentalizzazione del lavoro di Scotellaro; Contadini del sud è un lavoro informe, non solo e non tanto perché incompiuto, quanto a causa delle incertezze ideologiche e teoriche dell'autore, influenzato negativamente da Levi e Rossi-Doria.
Manlio Rossi-Doria, intervenendo nel 1984 a un convegno su Levi ("Autonomia, lotte per la terra, emigrazione nel pensiero meridionalista di Carlo Levi"), si interrogò sulle ragioni della durezza di Alicata: "ciò che in quell'articolo di Alicata mi sorprende non sono gli argomenti, ma l'ira che c'è dentro, l'indignazione, il senso di pericolo che lui avverte e che bisogna fronteggiare coraggiosamente. Perchè?" La risposta che Rossi-Doria si dà è che Alicata è preoccupato per la sconfitta che andava maturando per il PCI nel Meridione: i risultati elettorali del 1953, la nuova ondata migratoria che stava svuotando il Meridione, la fine dell'alleanza di Fronte popolare con il PSI, la scoperta della sociologia che allontanava molti intellettuali dall'ideologia marxista erano fattori che indebolivano fortemente il ruolo politico e culturale del PCI nella società meridionale. E quanto a Scotellaro, ribaltando il giudizio di Alicata, Rossi-Doria in un'altra occasione ("Rocco Scotellaro vent'anni dopo") aveva osservato, a proposito della civiltà contadina e della sua immobilità, che "Rocco, tuttavia, che di questa civiltà era direttamente partecipe, ne ha sentito non tanto il dramma della immobilità, quanto il dramma del mutamento"; in Contadini del Sud "Rocco Scotellaro ha visto e interpretato i contadini e la civiltà contadina; ha, cioè, contribuito - come dicevo - più di ogni altro a rompere il mito della loro immobilità, della loro incapacità di progresso"; alla fine della sua vita, dice Rossi-Doria, Rocco intuisce la "morte imminente del suo stesso mondo contadino", e a questo dramma dà voce di poesia: "Ho perduto la schiavitù contadina / Non mi farò più un bicchiere contento / Ho perduto la mia libertà".
Alberto Mario Cirese era di soli due anni maggiore di Rocco, come lui era socialista e come lui era impegnato nel governo locale (fu assessore nelle giunte comunale e provinciale di Rieti tra il 1946 e il 1956). Partecipò al convegno "Rocco Scotellaro intellettuale del Mezzogiorno" organizzato a Matera dal PSI il 6 febbraio 1955, e lo stesso anno pubblicò una rielaborazione del suo intervento su La Lapa. Cirese fu forse il solo, allora, a prendere in esame con attenzione i contenuti del lavoro 'sociologico' di Rocco (Contadini del Sud, ma anche il lungo saggio "Scuole di Basilicata", frutto di una inchiesta condotta nel quadro della collaborazione con Rossi-Doria a Portici, pubblicato sulla rivista Nord e Sud tra il 1954 e il 1955). Cirese, in base a questo esame di merito, avanzò sì qualche riserva, va si convinse che Scotellaro aveva lavorato con piena serietà scientifica (e non seguendo scorciatoie poetiche o 'mitologiche') e che il frutto di questi suoi lavori era attendibile e rappresentativo, ancorché parziale (le riserve maggiori erano semmai per la sistemazione di Contadini del Sud fatta da Rossi-Doria, che poteva indurre in equivoci).
Cirese tornerà in seguito più volte sulla nozione di 'civiltà contadina', via via attenuando la posizione critica inizialmente espressa (si vedano i due saggi pubblicati nel 1993 e nel 1995, tra le letture in programma, che fanno il punto sulla questione). In particolare è da ricordare il testo "Condizione contadina tradizionale, nostalgia, partecipazione" del 1975, in cui sì proponeva l'espressione, di derivazione marxiana, 'condizione contadina' proprio al posto di 'civiltà contadina', ma soprattutto notava (come in altri termini aveva già fatto nel 1955) come una specificità della storia e della cultura dei contadini andasse riconosciuta e articolatamente studiata. E commentando il fatto che il gruppo di contadini e di ex contadini (il Gruppo della Stadura) che all'inizio degli anni Settanta aveva promosso a S. Marino di Bentivoglio (nel bolognese) una delle prime iniziative di museografia etnografica, aveva voluto usare il nome di "Museo della civiltà contadina", Cirese svolse un ragionamento che ricorda quanto diceva Rossi-Doria a proposito del dramma della fine del mondo contadino: "Nei fatti, il massiccio spopolamento delle campagne e la concentrazione della mano d'opera nei grandi centri industriali costituisce certo un più generalizzato accesso - pur se drammaticamente instabile e precario - ad una sfera di disponibilità economiche superiori; ma insieme ci sono l'emigrazione, lo sradicamento, l'esilio, e più in generale la dura perdita di quel rapporto diretto e proprio con gli oggetti e le condizioni del sia pur misero e faticoso lavoro, e l'annullamento totale di quegli spazi per l'espressione di sé che restavano in certa misura garantiti dalla integrazione tra vita domestica, vita associata e vita lavorativa [...] nel duro rapporto del dominio di classe i dominati pagano con alti costi umani anche il più piccolo 'miglioramento'" La percezione dei prezzi pagati, nota Cirese, è tra le componenti che conducono a maturare coscienza del valore della propria esperienza di vita e di lavoro e a farne oggetto di documentazione e rappresentazione museale. La 'coscienza' dei prezzi pagati è la risposta consapevole alle esigenze a cui la 'nostalgia' per i tempi passati risponde in modo inadeguato: la nostalgia ha un fondamento (erano tempi più duri - la 'schiavitù' dei versi di Rocco - ma in cui pure si poteva provare 'contentezza' perché la vita la si sentiva intera) ma non ci può limitare ad essa (non si deve buttare il bambino con l'acqua sporca, ma nemmeno negare che l'acqua sia sporca e che possa essere necessario o inevitabile buttarla via)

martedì 11 dicembre
audio della lezione

Pietro Clemente, "Oltre Eboli: la magia dell'etnografo"
Daniel Fabre, "Passioni e conoscenza nel Cristo si è fermato a Eboli"
Bronislaw Malinowski, "Introduzione. Oggetto, metodo e fine della ricerca", in Id., Argonauti del Pacifico occidentale

venerdì 14 dicembre
audio della lezione

George W. Stocking, "La magia dell'etnografo. La ricerca sul campo nell'antropologia inglese da Tylor a Malinowski"

 

 

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